

PASSEGGIATA TABUCCHI 5
Un calendario. Campane del mio Villagio
Comune di Vecchiano
Via G. B. Barsuglia, 182
Il titolo originale dell’opera di Davide Benati e Antonio Tabucchi, esposta al primo piano del Palazzo comunale, è Un calendario. Campane del mio villaggio. Prose in prosa. Acquarelli in acquarello. Il volume, firmato dagli autori e realizzato dalla Galleria Galaverni di Reggio Emilia nel 1996, ha una dedica molto intensa: «A Margherita e Zé, per tutte le stagioni».
Questo elegante “Libro d’Artista”, stampato in caratteri Bodoni su carta Modigliani in 350 esemplari numerati (i primi 50 erano arricchiti da una acquatinta di Davide Benati), ha un titolo flaubertiano, ripreso da Pessoa, Campane del mio villaggio. «Clocher de village: fait battre le coeur», è la citazione in esergo. Si compone per metà di dodici testi brevi scritti da Tabucchi, uno per ogni mese dell’anno, e per l’altra metà di dodici acquarelli dipinti da Benati fatti di «puri colori, compattati in forme rarefatte, astrattezze di pensiero che sono immagini. Immagini pittoriche e letterarie, naturalmente.» L’esposizione è accompagnata da un piccolo quadro dove è stato riprodotto il testo della dedica.
Le tavole di Benati con i testi di Tabucchi erano state esposte una prima volta, dal 21 al 28 gennaio del 1996, negli ampi ambienti dei Magazzini dei Cereali della Tenuta Salviati a Migliarino Pisano. La mostra di Vecchiano fu organizzata dall’Amministrazione Comunale, curata da Massimo Marianetti e allestita su progetto dell’Architetto Fabio Daole con il supporto di tutta la struttura comunale diretta dal Ragioniere Goffredo Boschetti. Furono esposti gli originali degli acquarelli utilizzati per la tiratura al torchio e la prova finale di stampa del testo per la successiva rilegatura del volume. La mostra ebbe uno straordinario successo di pubblico e moltissime testimonianze di affetto nei confronti dei due artisti, che vollero “donare” i quadri di Un calendario al Comune di Vecchiano. Lo annunciarono a sorpresa, al termine della bellissima e intensa giornata di inaugurazione, al Sindaco con una dedica speciale, perché se ne facesse interprete per tutta la comunità.
Massimo Marianetti firma anche un pieghevole di presentazione della mostra in cui si legge: «In questi tempi inflazionati da agende e calendari, Tabucchi e Benati propongono un’anti-agenda, un calendario che non serve per registrare numeri telefonici e appuntamenti, ma per meditare sulle stagioni della vita. Un’opera di simmetrie e di tenui equilibri nella quale nulla completa nulla».
Così Davide Benati rievoca, con una testimonianza scritta per questa passeggiata tabucchiana, la lunga amicizia e la «profonda affinità di sentire» con Tabucchi, nata alla fine del 1984:
«Ero tornato da un viaggio in Nepal e lessi Notturno indiano. Rividi alcune situazioni emotive appena vissute da me in quel viaggio che mi fecero pensare: vorrei conoscere questo scrittore. Fu così che scrissi una lettera alla quale Antonio rispose sollecito: sarebbe venuto a Milano nei primi mesi del ’95 (sarebbe passato da Feltrinelli con Piccoli equivoci senza importanza) e ci saremmo visti al mio studio. Mantenne la promessa e così cominciammo, con qualche telefonata (notturna) e qualche incontro successivo, a costruire l’amicizia che si consolidò nel tempo fino alla fine. In questa amicizia ci fu spazio per reciproci doni (suoi testi per le mie mostre, qualche acquarello mio). Campane del mio villaggio fu un po’ una summa di questi scambi in quanto divenne anche un libro in edizione limitata, diciamo un libro d’arte, che ha gli originali a Vecchiano (il posto giusto!). Accadde che Antonio mi telefonò un giorno da Parigi per dirmi che mi avrebbe spedito via fax (internet era di là da venire) dodici brevi ‘prose in prosa’ e mi pregava di ‘dare colore a quelle malinconie’. Quando le ricevetti, e dopo averle lette, mi dissi che non sarei mai stato in grado di restituire la straordinaria bellezza di quelle parole: suscitavano tali e tante emozioni, tante immagini velate sì di malinconia, ma proprio per quello inafferrabili e profonde. Piene di echi. Ecco! mi aggrappai agli echi e cominciai a pensare che gli echi sono suoni e che i colori possiedono ‘sonorità’ e non servono immagini (avrebbero prodotto illustrazioni). So che Antonio desiderava una storia parallela ai suoi testi e io ho creduto di poter risolvere così quella sfida. Antonio fu contento, io fui felice».